Le traiettorie di malattia nel costruttivismo

Il rapporto mente-corpo è uno degli ambiti particolarmente graditi dagli psicologi, oggetto di discussione di filosofi e pensatori di ogni genere da secoli e secoli.

Nella mia tesi di laurea magistrale ho svolto una ricerca qualitativa in cui, tra le altre cose, ho indagato il modo in cui i pazienti affetti da ulcere agli arti inferiori, una malattia cronica, interpretano e vivono la propria esperienza di malattia.

La prospettiva teorica che ho adottato è quella della teoria dei costrutti personali di Kelly (1955), noto in psicologia anche come costruttivismo. Tale teoria mira a ricostruire i processi e i significati che le persone utilizzano per interpretare la propria esperienza.

Per definire le traiettorie ho fatto riferimento anche ai percorsi di dipendenza di Chiari et al. (1994) e alle griglie di consapevolezza corporea di Ginzburg et al. (2011) per integrare gli aspetti relativi alla distribuzione delle dipendenze e alla consapevolezza del proprio corpo.

Nel mio lavoro, sulla base dell’analisi delle interviste con 20 pazienti affetti da ulcere agli arti inferiori, ho definito quattro traiettorie di malattia:

  • Aggressività
  • Costrizione
  • Minaccia
  • Colpa

Tali traiettorie non vanno intese come delle categorie immutabili, ma rappresentano piuttosto delle tendenze, delle strade che le persone seguono nell’attribuire significato alla propria malattia. Tuttavia, durante il viaggio nessuno impedisce loro di deviare verso sentieri e percorsi alternativi. Infatti, il costruttivismo non è una teoria determinista o che tende a definire le persone in base a categorie. Secondo Kelly, ogni essere umano può essere considerato una forma in continuo movimento (usato come metafora di “cambiamento“) ed è proprio l’arrestarsi di tale movimento che determina l’insorgere della sofferenza psicologica.

L’individuazione di tali traiettorie ha comportato una certa quota di riduzione e semplificazione dei dati desunti dalle interviste, ma ha consentito di analizzare quattro diverse modalità che le persone, affette da patologie croniche, possono utilizzare per attribuire significato alla propria esperienza e alla propria malattia. Non esistono traiettorie né giuste né sbagliate, nonché positive o negative. Ognuna di esse ha un ruolo nel mantenere in piedi il sistema di costrutti che ogni persona adotta per dare senso alla propria vita e la propria identità.

Aggressività

Questa traiettoria raggruppa quei pazienti che sperimentano prevalentemente la transizione di aggressività per interpretare la propria esperienza di malattia. Si tratta di persone che mostrano un adattamento positivo alla malattia e l’hanno interpretata come un’occasione per ripensare a sé stessi e alle proprie abitudini. Per queste persone la malattia ha rappresentato una sfida da affrontare direttamente piuttosto che una tragedia insuperabile.

«Mi ritengo estremamente fortunato e anche nel tipo di recupero che era impensabile (…) dopo la prima fase di sbandamento iniziale e legittima credo, no? Dove, insomma … mi rendevo conto che non sarebbe più stato come prima. Col recuperò che ho fatto, mi ritengo fortunato perché gran parte delle cose che desidero fare … ovviamente non sotto la prestanza fisica … ma sotto la normalità della vita, insomma, riesco a farle. E di questo sono estremamente felice (…) so di avere dei limiti e devo stare attento a non superarli perché altrimenti la pago … con gli interessi, assolutamente (…) una volta capiti i limiti … ecco, insomma, ci convivo … serenamente, estremamente serenamente.»

(Filippo, 52 anni)


Questo modo di intendere l’aggressività richiama il termine latino aggredi che significa “tendere verso qualcosa o qualcuno”. Kelly ha definito tale transizione “l’esplorazione attiva del campo percettivo” ossia la tendenza ad agire e a fare piuttosto che stare fermi ad aspettare. Si tratta, quindi, di persone che non si arrendono di fronte alle difficoltà e che cercano di superarle.

Queste persone, inoltre, sono in grado di far affidamento in maniera bilanciata sia su sé stessi che sugli altri per affrontare la malattia. Sono capaci di cavarsela da soli, ma nel momento delle difficoltà riescono a chiedere aiuto agli altri senza difficoltà.

Sono consapevoli del loro corpo, della malattia e dei sintomi, tuttavia sono in grado di spostare l’attenzione dagli stessi. La malattia è presente nella loro vita, è riconosciuta, tuttavia ha un ruolo marginale nella costruzione della propria identità.

Costrizione

Questa traiettoria comprende quei pazienti che sperimentano prevalentemente il processo di costrizione nell’attribuire significato alla propria patologia. Kelly definisce tale processo come “il restringimento del campo percettivo al fine di ridurre l’incompatibilità degli eventi“. Si tratta, quindi, di persone che tendono a minimizzare e a negare l’impatto che la malattia ha avuto nelle loro vite. Sono soliti presentarsi come individui sani, autonomi e indipendenti; la malattia è appena accennata nei loro racconti e non pare avere un ruolo fondamentale nelle loro vite. Negano gli effetti della stessa sul corpo, poiché ammettere di essere malati vorrebbe dire ammettere di essere vulnerabili e, quindi, dover dipendere dagli altri.

«(ride) Quando mi escono le ulcere devo andarmi a curare … può essere ogni due anni … può essere ogni due … sì, non è che sono sempre continuamente … ogni tanto guarisco e poi, dopo, tornano fuori e così via. Non è che per 30 anni sono sempre “rota” (ride) (…) ultimamente forse sarà anche dovuto per la mia età … dolce età … è un po’ troppo tempo che è aperta perché … è quasi due anni»

(Benedetta, 85 anni)


Queste persone tendono a contare prevalentemente su sé stesse e ad essere indipendenti nell’affrontare la malattia. In certi casi il dover far affidamento sugli altri può essere fonte di sofferenza per gli stessi.

Mostrano scarsi livelli di consapevolezza corporea, a volte tendono anche a trascurare la propria salute, uniti a scarsi livelli di attenzione rivolti alla propria malattia e ai sintomi che essa determina.

Minaccia

La presente traiettoria raggruppa i pazienti che durante il loro percorso evolutivo hanno adottato prevalentemente la transizione di minaccia per interpretare le relazioni significative con i propri genitori e caregivers. In genere si tratta di persone che, nel corso la loro infanzia, hanno vissuto una relazione problematica caratterizzata da continui ritiri e separazioni da parte del caregiver. Ciò può aver portato il bambino ad associare ad ogni relazione la paura della separazione e, per questo motivo, crescendo tenderà ad interpretare ogni relazione come una possibile minaccia.

Per ovviare alla paura della perdita, questi pazienti tendono a costruire la propria identità appiattendola sul ruolo del malato al fine di tenere stretti gli altri. E’ come dire: “finché sarò malato sono sicuro che avrò attorno qualcuno che si prenderà cura di me“. Tale strategia consente a questi pazienti di tenere gli altri legati a sé e di allontanare la paura della perdita. Tale meccanismo, consapevole o inconsapevole, li porta a concentrare la loro attenzione sulle diverse malattie di cui soffrono. Alla richiesta di raccontare qualcosa di sé, questi pazienti spesso iniziano a narrare le diverse patologie da cui sono affetti e le differenti strutture sanitarie e specialisti a cui si sono rivolti durante la loro vita.

«(Alla richiesta di presentarsi) Senta, io ho 77 anni. Purtroppo io ho avuto … nel 2005 no? Questa … trombosi alla gamba sinistra poi … sono andato avanti due / tre mesi che prendevo il Coumadin … poi ho smesso di prendere il Coumadin perché (…) il dottore che c’era prima … insieme (all’infermiera) … che c’era il dottor … adesso è andato in pensione no? Niente, mi ha sospeso il Coumadin … dopo nove mesi mi è successo un’altra trombosi dal ginocchio all’inguine (continua a parlare di aspetti legati alle malattie…).»

(Alfredo, 77 anni)


Questi pazienti mostrano una scarsa consapevolezza rispetto al proprio corpo, non è importante infatti se il dolore sia intenso o se crei disagi significativi nella propria vita, ciò che appare importante è poter raccontare agli altri di essere “malato” al fine di ricevere cure e attenzioni. Dunque, tendono a fare affidamento prevalentemente su pochi significativi, quali familiari e caregivers, e a contare poco su sé stessi.

Colpa

Questa traiettoria raggruppa quei pazienti che tendono ad adottare prevalentemente la transizione di colpa nell’interpretare la propria malattia. Tale transizione è definita da Kelly come “la rimozione del sé dalle strutture nucleari di ruolo” ed indica la destabilizzante esperienza di non essere più in grado di riconoscere sé stessi e di interpretare il mondo secondo i propri assi di riferimento. Questi pazienti hanno interpretato la propria malattia come una tragedia, come un dramma che ha avuto un impatto estremamente negativo nella propria vita, poiché ha impedito loro di raggiungere i propri obiettivi. Tendono ad accettare passivamente la malattia o sono rassegnati alla stessa, nonché all’impossibilità di guarire. La malattia ha portato questi pazienti a non riconoscere più sé stessi e il proprio corpo, spesso vissuto come fuori dal proprio controllo.

«L’unica cosa che mi fa sopravvivere quando ho tanto male, prendo 10-20-30-40 gocce di Contramal per sopravvivere (…) Ma non c’è nessun atteggiamento che uno può prendere … o li accetta o muore … che atteggiamento deve avere? Di fatto, quando vado a fare la settimana… tutti i mesi faccio una settimana in ospedale a Padova che faccio queste infusioni, ho detto a tutti: “vado a farmi una settimana ai Caraibi”. Perché o uno la prende in un modo un po’ così, sopra le righe, perché altrimenti si ammazza, si butta giù dal terrazzo e muore. Tanto vale morire subito. (…)»

(Cecilia, 69 anni)


Tendono a far affidamento prevalentemente su sé stessi, poiché nel loro percorso evolutivo probabilmente hanno vissuto relazioni significative caratterizzate da ipercriticismo e ostilità, portandoli a considerare gli altri come inaffidabili ed autoritari e a descrivere sé stessi come sbagliati e inadeguati. La malattia, per gli stessi, può incrementare tale interpretazione di sé.

Mostrano elevati livelli di consapevolezza del proprio corpo e la loro attenzione è concentrata sulla malattia di cui soffrono e sui relativi disagi.

E’ possibile consultare la mia tesi completa in questa pagina.

Riferimenti

Amato, G. (2021) La cura e l’esperienza del paziente con ulcere agli arti inferiori durante l’emergenza sanitaria legata al COVID-19, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova.

Chiari, G., Nuzzo, L. M., Alfano, V., Brogna, P., D’Andrea, T., Di Battista, G., . . . Stiffan, E. (1994). Personal paths of dependency. Journal of Constructivist Psychology, 7(1), 17-34.

Cipolletta, S., & Amicucci, L. (2015). Illness trajectories in patients suffering from leg ulcers: A qualitative study. Journal of Health Psychology, 22(7), 932-942.

Ginzburg, K., Barak, A., Tsur, N., & Defrin, R. (2011, July 20-24). Somatic awareness: Differentiating between body awareness and somatization. Paper presented at the 25th Annual Conference of the European Health Psychology Society.

Kelly, G. A. (1955). The psychology of personal constructs. New York: NY: Norton.

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