La teoria dell’attaccamento nella vita adulta

In genere quando viene illustrata la teoria dell’attaccamento di Bowlby, successivamente approfondita da Mary Ainsworth, si fa riferimento al rapporto tra il bambino e il suo caregiver. Tuttavia, lo stile e l’esperienza dell’attaccamento caratterizza tutto il ciclo della vita di ciascun essere umano, dall’infanzia fino alla morte.

Premesse teoriche

John Bowlby (1982), attraverso diversi studi inerenti al rapporto tra bambini di 12 mesi e caregiver, formulò la teoria dell’attaccamento secondo cui ogni infante può essere caratterizzato da uno stile di attaccamento sicuro o insicuro. La costruzione del legame di attaccamento avviene progressivamente, con diversi momenti di aggiustamento e riorganizzazione e, intorno ai 12 mesi di vita, in genere, un bambino dispone di una o più relazioni di attaccamento stabilmente organizzate.

Tuttavia, è solo grazie al contributo di Mary Ainsworth (1978) che la teoria dell’attaccamento è stata ampliata nonché verificata attraverso una procedura empirica, nota come “Strange situation procedure“: un protocollo sperimentale ideato per valutare la reazione del bambino dopo due brevi momenti di separazione dalla madre in un ambiente controllato e non familiare.

Sulla base di tale protocollo, la Ainsworth (1978) ha definito tre stili di attaccamento, ampliando la prospettiva di Bowlby:

Stile di attaccamento sicuro

Il bambino, durante la separazione dal caregiver, mostra disagio per la separazione dalla madre e quindi, ricerca la presenza e il conforto del genitore. Quando la madre rientra nella stanza, si tranquillizza facilmente, riprendendo il gioco e l’esplorazione dell’ambiente.

Quando il bambino mostra questo stile di attaccamento, il genitore rappresenta per lo stesso una base sicura a cui rivolgersi nel momento in cui si sente in difficoltà, per ricevere consolazione e rifornimento affettivo. Tuttavia, dopo essersi tranquillizzato il bambino è in grado di riprendere l’esplorazione dell’ambiente, allontanandosi anche dal genitore. Tale comportamento indica un buon bilanciamento tra esplorazione e attaccamento.

Stile di attaccamento ansioso / ambivalente (insicuro)

Questo stile è tipico di quei bambini che tendono essere maggiormente centrati sulla relazione con il caregiver che sull’esplorazione dell’ambiente circostante. Durante la strange situation procedure mostrano fin da subito una minore tendenza ad esplorare l’ambiente in modo autonomo unita ad un disagio molto elevato durante la separazione, nonché una ridotta capacità di recupero durante il ricongiungimento col genitore. Infatti, il ritorno del caregiver dopo la fase di separazione spesso non è efficace nel consolarli.

Questi bambini mostrano nei confronti del genitore dei comportamenti ambivalenti, alternando o mescolando insieme insieme eccessive richieste di vicinanza e contatto a comportamenti marcatamente resistenti o di estrema passività. Il genitore non rappresenta una base sicura poiché la presenza del caregiver non è in grado di consolare il bambino nel momento in cui si sente spaventato o a disagio.

Stile di attaccamento evitante (insicuro)

Questo stile raggruppa quei bambini che mostrano un evidente evitamento del genitore nella strange situation procedure, in modo particolare, durante durante la fase di ricongiungimento dopo la separazione. Inoltre, il bambino tende a mostrare ridotti segni di disagio o di ricerca nei confronti del caregiver nella fase di separazione uniti a una certa indifferenza nel momento del ricongiungimento.

Anche in questo caso il genitore non rappresenta una base sicura per il bambino che tende a non fare affidamento sullo stesso nei momenti di difficoltà. Inoltre, questi bambini tendono a inibire la manifestazione dei propri bisogni psicologici di conforto e protezione rispetto ai caregiver, mostrando uno stile relazionale caratterizzato da autonomia e indipendenza.

L’attaccamento nella vita adulta

Le diverse esperienze di attaccamento vissute dal bambino nei primi anni di vita, diventano progressivamente delle rappresentazioni mentali, note come modelli operativi interni. Questi possono essere considerati come delle rappresentazioni del sé e delle principali figure attaccamento, che ognuno di noi utilizza per interpretare il mondo, consentendo di crearci delle aspettative e di anticipare gli eventi nella nostra vita relazionale.

Per quanto tali modelli siano stabili nel tempo, gli stessi possono essere modificati da particolari esperienze. Motivo per cui non rappresentano un destino già scritto, ma possono cambiare attraverso lo strutturarsi di particolari legami emotivi con gli altri.

Anche le relazioni romantiche nell’adulto sono influenzate dagli stili di attaccamento costruiti durante l’infanzia. Infatti, secondo Hazan & Shaver (1987), il partner nell’adulto svolge la funzione di figura di attaccamento.

Nel modello del sé e dell’altro di Griffin & Bartholomew (1994) è possibile definire quattro stili di attaccamento, durante l’età adulta, sulla base delle dimensioni di dipendenza ed evitamento:

Modello del sé e dell’altro – Griffin & Bartholomew (1994)

In tale prospettiva, lo stile di attaccamento può essere pensato come la risultante di varie combinazioni delle rappresentazioni interne di sé e dell’altro:

Modello dell’altro positivo (basso evitamento)
Gli altri sono percepiti come degni di fiducia e disponibili
Modello del sé positivo (bassa dipendenza)
Il sé è percepito come degno di amore e sostegno
Modello dell’altro negativo (alto evitamento)
Gli altri sono percepiti come inaffidabili o rifiutanti
Modello del sé negativo (alta dipendenza)
Il sé è percepito come non meritevole di essere amato

Attaccamento sicuro

L’adulto che ha sviluppato uno stile di attaccamento sicuro ha costruito un’immagine di sé positiva e degna di ricevere l’amore dell’altro. Gli altri sono percepiti come accettanti e responsivi alle proprie richieste d’aiuto. In particolare, queste persone mostrano un elevata fiducia nel partner e, generalmente, ritengono che esso sarà presente nel momento del bisogno. Altresì, sono in grado di far affidamento sugli altri e di accettare che gli altri dipendano da loro.

Attaccamento ansioso / ambivalente (insicuro)

Le persone caratterizzate da questo stile di attaccamento mostrano un’eccessiva preoccupazione relativa alle relazioni. Mostrano un’immagine di sé negativa, considerata non degna di ricevere amore da parte degli altri, unita a una rappresentazione positiva degli altri. In particolare, per queste persone l’autostima dipende in larga parte dall’accettazione da parte degli altri. Dunque, cercano di guadagnare l’accettazione e l’approvazione delle altre persone al fine di aumentare la propria autostima.

I principali aspetti che caratterizzano questo stile sono l’eccessiva dipendenza dagli altri (a scapito dell’autonomia) e la paura della separazione uniti alla preoccupazione morbosa che gli altri non li amino e apprezzino abbastanza. Per questo motivo sono facilmente frustrati o arrabbiati quando i loro bisogni di attaccamento non vengono soddisfatti da parte degli altri.

Attaccamento evitante (insicuro)

Le persone con stile evitante mostrano un’immagine di sé positiva unita ad una rappresentazione negativa degli altri. Nell’ambito dei legami emotivi, queste persone si proteggono dalle delusioni evitando un coinvolgimento intimo, mostrando indipendenza e invulnerabilità. Per questo motivo mostrano uno scarso interesse verso le relazioni intime e preferiscono contare su sé stessi piuttosto che dipendere dagli altri. Tale indipendenza è evidente anche nella disposizione negativa verso la possibilità che siano gli altri a dipendere da loro.

Dunque, sono persone che temono la dipendenza dagli altri e l’eccessiva vicinanza fisica e psicologica, inoltre, difficilmente manifestano i propri affetti.

Attaccamento timoroso / disorganizzato

Questa categoria, individuata nell’adulto, fa riferimento allo stile di attaccamento disorganizzato definito in ambito infantile da Main & Morgan (1996). Esso si riferisce ad un insieme di aspetti tipici sia dell’attaccamento ansioso che di quello evitante.

Gli adulti con questo tipo di attaccamento mostrano rappresentazioni negative sia di sé che degli altri. Le altre persone sono percepite come negativamente disposte nei propri confronti, quindi, come inaffidabili e rifiutanti. Mentre il sé è interpretato come non degno di ricevere attenzione e amore da parte degli altri.

Mostrano elevata dipendenza unita ad un’elevata tendenza all’evitamento degli altri. A causa di questi aspetti, queste persone sono incoerenti nelle strategie di attaccamento che mettono in atto. Tuttavia, a differenza degli adulti evitanti, è presente il desiderio d’amore, evidenziato dalle richieste di vicinanza e dalla ricerca di rassicurazioni. Ma tale desiderio è spesso ostacolato dal timore di essere “risucchiato” dall’altro che può determinare la paura dell’intimità e il ritiro dalle relazioni.

Riferimenti

Ainsworth M,D.S.. Blehar M.C., Waters E. e Walls S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the strange situation, Lawrence Erlbaum Associates Publishers, Hilldale.

Bowlby, J. (1982). Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Griffin, D., & Bartholomew, K. (1994). Models of the self and other: Fundamental dimensions underlying measures of adult attachment. Journal of Personality and Social Psychology, 67, 430-445. 

Hazan, C., & Shaver, P. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of personality and social psychology52(3), 511–524.

Main, M. & Morgan, H. (1996) Disorganization and disorientation in infant Strange Situation behavior: Phenotypic resemblance to dissociative states? In L. Michelson & W. Ray (eds.), Handbook of dissociation. New York: Plenum Press (p.107-137).

I meccanismi di difesa nella psicoanalisi

Per inaugurare questo sito, ho il piacere di presentarvi il concetto di meccanismo di difesa, nonché di descrivere le diverse tipologie teorizzate dall’ambiente psicoanalitico fino ad oggi. Si farà riferimento prevalentemente alle difese individuate da Christopher J. Perry (1990), che saranno ampliate dal contributo di Nancy McWilliams (2012).

Innanzitutto, meccanismo di difesa si intende un’operazione mentale che avviene per lo più in modo inconsapevole, la cui funzione è di proteggere l’individuo dal provare eccessiva ansia. Tale ansia si manifesterebbe nel caso in cui l’individuo diventasse conscio di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili. Si tratta di meccanismi a preservare un senso di autostima di fronte a vergogna e vulnerabilità, a garantire un senso di sicurezza quando l’individuo si sente gravemente minacciato da abbandono o alti rischi e a proteggerlo nei confronti dei pericoli esterni.

Si strutturano nella storia del soggetto, ma sono modificabili. Possono essere normali e adattivi o patologici.

Nella Defence Mechanism Rating Scale di Perry (1990) sono state individuate 27 difese ordinate gerarchicamente da quelle meno evolute a quelle più evolute. Sono divise in sette livelli:

  • Liv. 1 – Difese di acting
  • Liv. 2 – Difese borderline
  • Liv. 3 – Difese di diniego
  • Liv. 4 – Difese narcisistiche
  • Liv. 5 – Altre difese nevrotiche
  • Liv. 6 – Difese ossessive
  • Liv. 7 – Difese mature

Livello 1 – Difese di acting

Queste riguardano sempre una scarica, non c’è una dimensione di elaborazione. Una scarica della tensione, una scarica attiva o una passiva.

Acting-Out: L’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di tensione interne o esterne agendo senza riflettere o senza preoccuparsi delle possibili conseguenze negative. L’acting out comporta l’espressione di sentimenti, desideri o impulsi attraverso un comportamento incontrollato con noncuranza delle conseguenze sociali e personali. Abuso di farmaci, scontri fisici possono essere considerati acting-out solo se in relazione a emozioni o impulsi che il soggetto non riesce a tollerare.

Aggressione passiva: L’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di tensione interne o esterne esprimendo aggressività verso gli altri in modo indiretto e passivo. L’aggressione passiva è caratterizzata dal modo indiretto, velato e passivo con il quale vengono espressi l’ostilità ed i sentimenti di rancore nei confronti degli altri.

Ipocondriasi: comporta l’uso ripetuto di una o più lamentele nelle quali il soggetto chiede apertamente aiuto. Contemporaneamente poi il soggetto, rifiutando qualsiasi cosa gli altri gli offrano, esprime sentimenti nascosti di ostilità e risentimento. Il soggetto si difende dalla rabbia che prova ogni volta che sente di dipendere emotivamente dagli altri. Le lamentele possono riguardare sia preoccupazioni somatiche che problemi di vita.

Livello 2 – Difese borderline

Scissione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne considerando sé stesso o gli altri come completamente buoni o completamente cattivi, non integrando le caratteristiche positive o negative di sé e degli altri in immagini coese. Si tratta della necessità di tenere separati due elementi ma questa separazione non funziona, nel senso che si può dire la stessa cosa e il contrario della stessa cosa in una stessa verbalizzazione.

Identificazione proiettiva: l’individuo proietta su qualcun’altro un affetto o un impulso per lui inaccettabile come se fosse realmente l’altro ad aver dato vita a tale affetto o impulso. Il soggetto non è consapevole di aver dato origine a ciò che ha proiettato, ma interpreta erroneamente il proprio affetto come reazione giustificabile nei confronti dell’altro.

Livello 3 – Difese di diniego

Negazione: l’individuo affronta i conflitti emotivi e le fonti di stress interne o esterne rifiutando di riconoscere qualche aspetto della realtà esterna o della propria esperienza che agli altri risulta evidente. Il soggetto nega sentimenti, reazioni o intenzioni, evitando le domande relative al materiale negato.

Proiezione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress attribuendo erroneamente ad altri i propri sentimenti, impulsi o pensieri non riconosciuti. Il soggetto rinnega i propri sentimenti, le proprie intenzioni, la propria esperienza attribuendoli ad altri, di solito a coloro dai quali si sente minacciato o che sente in qualche misura affini.

Razionalizzazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne escogitando spiegazioni rassicuranti o a lui utili, ma inesatte per il proprio o altrui comportamento. Il soggetto elabora troppo mentre spiega una data azione, tralascia le proprie motivazioni personali.

Fantasia autistica (o ritiro estremo): l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di tensione interne o esterne passando troppo tempo a sognare a occhi aperti, evitando così le relazioni umane. La fantasia implica l’uso di sogni ad occhi aperti come mezzo per non affrontare o risolvere problemi esterni o come modo di esprimere e soddisfare i propri sentimenti o desideri. L’individuo non si preoccupa di quanto la sua vita sia priva di rapporti interpersonali soddisfacenti; descrive una vita immaginaria attiva e importante.

Livello 4 – Difese narcisistiche

Svalutazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attribuendo caratteristiche esageratamente negative a sé stesso o agli altri. Commenti sarcastici e negativi, nota solo gli aspetti negativi, svaluta le motivazioni e le azioni altrui.

Idealizzazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attribuendo caratteristiche esageratamente positive a sé stesso o agli altri. Il soggetto descrive relazioni reali o dichiarate con persone o sistemi potenti, importanti. Questo serve come fonte di gratificazione e come protezione da sentimenti di impotenza e di scarsa importanza.

Onnipotenza (o controllo onnipotente): l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne comportandosi come se fosse superiore agli altri, come se possedesse speciali poteri o capacità. Il soggetto si difende da una perdita di autostima che si verifica ogni volta che vive sentimenti di delusione, impotenza, mancanza di valore. Si sente capace di influenzare gli eventi, descrive progetti e capacità personali in termini grandiosi.

Livello 5 – Altre difese nevrotiche

Rimozione: l’individuo affronta conflitti emotivi tramite il non essere in grado di ricordare o il non essere cognitivamente consapevole di desideri, sentimenti, pensieri o esperienze disturbanti. Protegge il soggetto dalla consapevolezza di ciò che sta provando o ha provato in passato. Il soggetto dimentica ciò che sta dicendo nel mezzo di una discussione, si mantiene vago sulle cose spiacevoli.

Dissociazione: l’individuo affronta conflitti emotivi attraverso l’alterazione momentanea delle funzioni integrative della coscienza e dell’identità. Nella dissociazione un particolare affetto o impulso di cui il soggetto non è consapevole agisce nella vita del soggetto al di fuori della coscienza. Il soggetto è ignaro che i propri affetti siano espressi. Porta a un estraniamento, non solo dagli altri (come può essere la dimensione di ritiro) ma anche dal proprio corpo.

Formazione reattiva: L’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne sostituendo i propri pensieri o sentimenti inaccettabili con comportamenti, pensieri o sentimenti diametralmente opposti. Quando il soggetto reagisce ad un evento con un’emozione di tipo opposto a quello che l’evento susciterebbe abitualmente nelle altre persone.

Spostamento: l’individuo affronta conflitti emotivi generalizzando o indirizzando su di un oggetto, di solito meno minaccioso, un sentimento o una risposta primitivamente indirizzati ad un altro oggetto. Il soggetto può o no essere consapevole che l’affetto o l’impulso espressi erano rivolti a qualcun altro.

Livello 6 – Difese ossessive

Isolamento dell’affetto: l’individuo affronta conflitti emotivi mostrandosi incapace di sperimentare contemporaneamente le componenti cognitive e quelle affettive di un’esperienza, in quanto l’affetto è escluso dalla coscienza. Solo l’affetto è perso, l’idea è conscia. È il contrario della rimozione. La persona appare emotivamente distaccata da ciò che racconta.

Annullamento retroattivo: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne con un comportamento destinato a riparare simbolicamente o a negare precedenti pensieri, azioni o sentimenti. Per proteggersi dalla colpa o dalla vergogna.

Intellettualizzazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne attraverso l’uso eccessivo del pensiero astratto per evitare di provare sentimenti che lo disturbano. Il soggetto parla in termini generali, fa molte riflessioni scientifiche, ha delle “teorie” sulle cose che gli succedono.

Livello 7 – Difese mature

Affiliazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne rivolgendosi agli altri per aiuto o sostegno. Non è da considerare affiliazione se il soggetto va in terapia, o se appartiene ad un’organizzazione, è importante che ci sia un rapporto basato sul dare e ricevere per quanto riguarda i propri conflitti e problemi. L’affiliazione conduce ad una condivisione emotivamente significativa e ad una maggiore capacità di adattamento.

Altruismo: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress esterne od interne occupandosi degli altri al fine in parte di soddisfare i propri. Il soggetto è di solito consapevole che le proprie azioni altruistiche sono sostenute dai propri bisogni e sentimenti. Per giudicare presente l’altruismo ci deve essere un chiaro e dimostrabile rapporto funzionale tra i sentimenti dell’individuo e la risposta altruistica.

Anticipazione: L’individuo mitiga i conflitti emotivi e le fonti di stress interne o esterne non soltanto pendendo in considerazione soluzioni alternative realistiche e prevedendo le reazioni emotive a problemi futuri, ma anche sperimentando realmente l’angoscia futura attraverso la rappresentazione mentale sia delle idee che degli affetti angoscianti. Implica una maggiore capacità di tollerare l’ansia che si manifesta quando il soggetto immagina quanto possa essere angosciante una situazione futura.

Autoaffermazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne esprimendo i propri sentimenti e pensieri direttamente per raggiungere degli scopi. Lo scopo del comportamento autoassertivo è chiaramente manifesto a tutte le parti coinvolte.

Umorismo: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne enfatizzando gli aspetti divertenti o ironici del conflitto, in modo da alleviare la tensione. Spesso è coinvolto un elemento di autosservazione. Affermazioni umoristiche per alleggerire la tensione, commenti umoristici rispetto a temi angoscianti.

Autosservazione: l’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne riflettendo sui propri pensieri, sentimenti, motivazioni e comportamenti. È in grado di “vedere se stesso come lo vedono gli altri” in circostanze interpersonali, ottenendo così di capire meglio le reazioni degli altri nei propri confronti. Anche se l’autosservazione non cambia di per sé il soggetto, essa è il primo passo verso la ricerca di un migliore adattamento degli stati interni alla realtà esterna.

Sublimazione: l’individuo affronta conflitti emotivi incanalando sentimenti o impulsi potenzialmente maladattivi in comportamenti socialmente accettabili. Esempi classici dell’uso della sublimazione sono sport e giochi utilizzati per incanalare impulsi di collera o la creazione artistica che esprime sentimenti conflittuali.

Repressione: l’individuo affronta conflitti emotivi evitando volontariamente e temporaneamente di pensare a problemi, desideri, sentimenti o esperienze disturbanti. Questo può comportare l’esclusione dalla propria mente dei problemi fino al momento giusto per affrontarli: si rimanda ad un momento più opportuno e non genericamente in là nel tempo.

Altre difese (McWilliams)

Nel libro La diagnosi psicoanalitica di Nancy McWilliams (2012), l’autrice ha descritto altri meccanismi di difesa che non sono stati presi in considerazione nel test ideato da Perry (1990). In particolare, l’autrice distingue tra difese primarie (o primitive), che sono quelle adottate in misura prevalente dalle persone con struttura di personalità psicotica o borderline, e le difese secondarie, che invece sono tipiche della struttura nevrotica di personalità.

Difese Primarie

Introiezione: Processo per cui si considera proveniente dall’interno qualcosa che in realtà è esterno. Nelle sue forme benigne, equivale a un’identificazione primitiva con altre persone importanti. Tuttavia, può essere altamente problematica come nei casi di “identificazione con l’aggressore” o di depressione: quando siamo profondamente attaccati a delle persone, le introiettiamo e le loro rappresentazioni dentro di noi diventano parte della nostra identità. Quando perdiamo una di queste persone, sentiamo che anche noi siamo in qualche modo sminuiti, che una parte del nostro Sé è morta: un senso di vuoto comincia a dominare il nostro mondo interiore. È una difesa tipica delle personalità depressive e di quelle sadico-impulsive.

Somatizzazione: processo attraverso cui gli stati emotivi vengono espressi attraverso il corpo. Le personalità che rispondono alle situazioni stressanti con la malattia frequentemente e in modo specifico possono essere inquadrate come personalità somatizzanti.

Sessualizzazione (Istintualizzazione): l’attività e le fantasie sessuali vengono utilizzate difensivamente per padroneggiare l’ansia, recuperare l’autostima, controbattere la vergogna o sottrarsi a sensazioni di morte interiore.

Difese secondarie

Moralizzazione: È un processo simile alla razionalizzazione, essa pone ciò che la persona desidera nella sfera di ciò che è giustificato o moralmente obbligatorio, portando l’individuo a credere che sia doveroso seguire una determinata linea di comportamento. La moralizzazione è la difesa prevalente nell’organizzazione di carattere definita masochismo morale ma anche alcune persone ossessive utilizzano questa difesa.

Compartimentalizzazione (o compartimentazione): processo che consente a due condizioni in conflitto di esistere senza creare confusione, sensi di colpa, vergogna o ansia sul piano cosciente: essa determina una spaccatura tra dimensioni cognitive incompatibili. L’individuo che usa tale processo abbraccia due o più idee, atteggiamenti o comportamenti che sono in conflitto, senza coglierne la contraddizione. Messa di fronte alla contraddittorietà del suo comportamento, la persona che utilizza tale dinamica difensiva tenderà ad eliminare le contraddizioni con la razionalizzazione.

Volgersi contro il Sé: Il concetto indica spostare un affetto o atteggiamento negativo da un oggetto esterno verso il Sé come, per esempio, nei casi dei bambini che non possono mettere in dubbio l’autorità e la severità dei genitori e si sentono più sicuro rivolgendo all’interno le critiche. Molti individui conservano una certa tendenza a rivolgere contro di sé atteggiamenti, affetti e percezioni negative, illudendosi che il processo conferisca loro un maggiore controllo delle situazioni disturbanti. L’uso automatico e compulsivo di questa difesa è comune nelle personalità depressive e masochistiche.

Capovolgimento: creare uno scenario nel quale la propria posizione passa da soggetto a oggetto e viceversa, ne è un’esemplificazione il modo in cui i bambini giocano con i pupazzi. Tale meccanismo opera positivamente nelle situazioni in cui permette di trovarsi nel ruolo di chi prende l’iniziativa invece che in quello di chi risponde, operando quindi un capovolgimento in una situazione favorevole. La difesa opera distruttivamente quando la situazione capovolta è invece intrinsecamente negativa.

Identificazione: È un processo, parzialmente inconscio, che permette di diventare simili a un’altra persona, o a qualche suo aspetto. Freud distingueva l’identificazione anaclitica (motivata dal desiderio di essere simile a una persona di cui apprezziamo le capacità) dall’identificazione con l’aggressore (motivata dal desiderio di difendersi dall’aggressore diventando come lui). Questo meccanismo può avere effetti positivi o negativi a seconda di chi sia l’oggetto dell’identificazione: lo stesso processo terapeutico si propone di rivedere le vecchie identificazioni problematiche. La capacità degli esseri umani di identificarsi con nuovi oggetti d’amore è probabilmente il veicolo principale attraverso cui le persone guariscono dalla sofferenza emotiva, ed è anche lo strumento primario con cui qualsiasi tipo di psicoterapia ottiene il cambiamento.

Riferimenti

Nancy McWilliams (2012). La diagnosi psicoanalitica (2nd ed.). Astrolabio.

Perry, J. C. (1990). Defense mechanism rating scale. Cambridge, MA: Harvard School of Medicine, 122-130.

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