Le esperienze pre-morte nella letteratura scientifica


!! ATTENZIONE !!

Il seguente articolo potrebbe urtare la sensibilità delle persone religiose. In questa sede non si vuole speculare sulla possibilità che Dio esista o sul fatto che una religione sia più giusta di un’altra, o che esista una risposta definitiva alla vita dopo la morte. Nell’affrontare questa delicata tematica, si è messo da parte il problema della religione, e sono stati analizzati gli articoli scientifici che hanno indagato le esperienze di pre-morte, così come descritte da coloro che le hanno vissute.


Quando le persone, a causa di incidenti o gravi condizioni mediche, rischiano di morire, possono vivere alcune esperienze “mistiche” che comprendono la sensazione di lasciare il proprio corpo e di entrare in un altro regno o dimensione, trascendendo gli ordinari confini dello spazio e del tempo. Solo nel 1975 tali esperienze sono state classificate, nella letteratura scientifica, come “esperienze pre-morte” (near-death experiences, NDEs) (Greyson, 2013a; Moody, 1975). Oggi gli studi su questo tipo di esperienze sono diventati molto numerosi anche grazie all’evoluzione delle tecniche di rianimazione, che hanno permesso di riportare in vita persone decedute per brevi periodo di tempo.

Nonostante si pensi che tali esperienze siano rare, in realtà sono abbastanza comuni. Infatti, uno studio ha indicato che circa 9 milioni di persone solo negli Stati Uniti hanno riportato questo tipo di vissuti (van Lommel, 2011). Inoltre, un aspetto particolarmente interessante è la dimensione transculturale, nel senso che tali esperienze vengono sperimentate in modo simile da persone molto differenti tra loro. In tale ambito, un’indagine non ha rilevato differenze legate ad età, sesso, razza, religione, religiosità, salute mentale, intelligenza, nevroticismo, estroversione, ansia di tratto e di stato, o misure del test di Rorschach rilevanti (Holden et al., 2009). In alcuni casi, le differenze culturali sembrano dipendere dal modo in cui le persone interpretano queste esperienze, e al riferimento immagini, concetti e simboli messi a loro disposizione dal proprio repertorio culturale (Kellehear, 2009). Ciò indica che, sebbene i vissuti siano molto simili, dato che ognuno di noi possiede un retroscena personale, culturale, religioso molto differente, è possibile che ognuno interpreti queste esperienze facendo riferimento a simboli e significati molti differenti tra di loro.

Inoltre, sebbene si possa affermare che tali esperienze possano essere il frutto delle aspettative e della cultura di una particolare persona, spesso vengono riportate esperienze che sono in conflitto con le proprie aspettative religiose e personali sulla morte (Greyson, 2013a).

Fenomenologia delle esperienze pre-morte

Tra le principali sensazioni associate alle esperienze di pre-morte, analizzate dagli studi pionieristici condotti in tale ambito, sono stati descritti sentimenti di pace travolgenti, la visione di un tunnel, la sensazione di essere fuori dal corpo, gli incontri con esseri non fisici, il rivedere la propria vita e un confine o punto di non ritorno (Moody, 1975). Questi aspetti sono stati confermati anche da ricerche recenti. Infatti, attualmente in letteratura esiste una gran mole di studi condotti in tale ambito (Zingrone & Alvarado, 2009, Greyson, 2013a). Ad esempio, recentemente, uno studio francese ha rilevato che gli aspetti più comuni, riportati da un campione di 154 persone che hanno vissuto esperienze di pre-morte, sono i sentimenti di pace (80%), la visione di una luce brillante (69%) e l’incontro con spiriti/persone (64%). Da un punto di vista cronologico, la prima sensazione vissuta dai partecipanti durante tali esperienze era la sensazione di essere al di fuori del proprio corpo, mentre l’ultima, percepita prima di rinvenire, era quella di un ritorno nello stesso (Martial et al., 2017).

Coloro che hanno vissuto la sensazione di essere fuori dal proprio corpo (Out of Body Experience, OBE), spesso riferiscono anche di aver visto la scena dell’incidente o della sala operatoria in cui si è verificata la morte, in alcuni casi da una prospettiva sopraelevata (Blanke et al., 2016; Cassol et al., 2018). Ad esempio, un paziente di 26 anni con embolia polmonare, intervistato da Greyson (1993, p. 363), ha riferito: “Io (il vero me, l’anima, lo spirito o qualsiasi altra cosa) sono uscito dal corpo e mi sono librato vicino al soffitto. Ho visto l’attività nella stanza da questo punto di osservazione. La stanza d’ospedale era alla mia destra e sotto di me. Mi confondeva il fatto che i medici e le infermiere nella stanza fossero così preoccupati per il corpo che avevano sollevato sul letto. Ho guardato il mio corpo e non significava nulla per me. Cercai di dire loro che non ero nel corpo”. L’uscita dal proprio corpo è seguita, successivamente, dall’esperienza del ritorno nello stesso. Un esempio è stato fornito da un paziente, rianimato con defibrillazione elettrica dopo un infarto miocardico anteriore, che ha riferito: “Mi è sembrato che potessi scegliere se rientrare nel mio corpo e correre il rischio che loro (gli operatori sanitari) mi riportassero indietro o che potessi semplicemente andare avanti e morire, se non fossi già stato morto. Sapevo che sarei stato perfettamente al sicuro, sia che il mio corpo morisse o meno. Mi hanno battuto (defibrillato) una seconda volta e rientrai nel mio corpo proprio così (citato in Rogo, 1986, p. 65)”. La conseguenza immediata è spesso il ritorno del dolore e la realizzazione che si è vivi (Blanke et al., 2016). Infatti, alcune persone hanno affermato di aver vissuto un conflitto tra la sensazione di benessere percepita durante la pre-morte e i problemi incontrati non appena tornati alla vita quotidiana. Altri hanno vissuto tale ritorno con la sensazione di essere stati espulsi o cacciati dall’esperienza, a volte definendo il ritorno come brutale, senza transizione (Cassol et al., 2018).

Una buona percentuale di queste persone ha descritto il passaggio attraverso un tunnel o l’oscurità, alla fine del quale, spesso, appare una luce (Blanke et al., 2016; Cassol et al., 2018). Ad esempio, uno dei soggetti intervistati da Woerlee (2005, p. 211) ha riferito: “dopo aver galleggiato vicino al soffitto per un breve periodo, sono stato risucchiato in un tunnel … Era nero e buio intorno a me, in qualche modo spaventoso, ma questo non durò a lungo: alla fine del tunnel vidi una luce chiara verso cui viaggiavo“. Questa luce può essere attrattiva per alcuni, mentre altri hanno riferito di essersi sentiti avvolti dalla stessa. Questa è stata descritta come bianca o gialla, intensa, indescrivibile, morbida e diffusa, non abbagliante. Spesso è riferita in associazione un’assenza di dolore, una sensazione di felicità, serenità e tranquillità (Drab, 1981; Cassol et al., 2018).

Un’altra esperienza comune riguarda il rivedere il corso della propria vita (Van Lommel et al., 2001; Cassol et al., 2018), aspetto che è definito come la percezione di “immagini visive insolitamente vivide, quasi istantanee, dell’intera vita della persona o di alcuni momenti salienti selezionati di essa“. Albert Heim (1892) raccontò un’esperienza simile, quando ebbe una brutta caduta mentre faceva alpinismo: “… vidi tutta la mia vita passata svolgersi in molte immagini, come su un palcoscenico a una certa distanza da me. Mi vedevo come il personaggio principale della rappresentazione. Tutto era trasfigurato come da una luce celeste e tutto era bello senza dolore, senza angoscia e senza pena“. Tale esperienza è di solito sperimentata in modo molto vivido, associata a colori brillanti e può seguire un ordine cronologico (dalla nascita alla morte) o opposto (dalla morte alla nascita) (Blanke et al., 2016). Inoltre, raramente alcuni individui hanno descritto una sorta di “preveggenza”, descrivendo episodi della propria vita futura (Cassol et al., 2018; Blanke et al., 2016).

Un’altra esperienza comune è quella relativa all’incontro di entità, persone e spiriti durante l’esperienza pre-morte (Van Lommel et al., 2001). Queste entità sono descritte come esseri supremi, energia pura, guide spirituali, angeli, aiutanti, o persone familiari, ma anche come demoni o tormentatori (Blanke et al., 2016). La persona vista o sentita può anche essere familiare, ma è più spesso un parente o un amico defunto (Cassol et al., 2018). Incontri con parenti morti sono stati a lungo riportati nella letteratura occulta come “apparizioni” e si suppone che siano frequenti nelle cosiddette “visioni sul letto di morte” (Blanke et al., 2016).

In alcuni casi l’esperienza di pre-morte viene vissuta in uno stato di elevata consapevolezza e iperlucidità, associata ad una sensazione di chiarezza e comprensione assoluta. A volte ciò è accompagnato da un senso di potere e onniscienza. Questa sensazione è stata collegata dalle persone, in alcuni casi, al fatto di essere uniti a tutto ciò che li circondava, al carattere globale e universale di questo tema (Blanke et al., 2016; Cassol et al., 2018).

Comuni sono anche le distorsioni nella percezione del tempo come, ad esempio, la perdita totale della percezione dello stesso, l’impressione di un rallentamento o che il tempo si fosse fermato (Cassol et al., 2018). Dalla rassegna degli studi sulla fenomenologia di questo tipo di esperienze, alcuni studiosi hanno affermato che la percezione distorta del tempo, l’elevata consapevolezza unita al rivedere il corso della propria vita siano fenomeni che, spesso, si manifestano contemporaneamente (Blanke et al., 2016).

Recentemente, anche in Italia, è stato svolto un piccolo studio qualitativo che ha indagato le esperienze pre-morte. Dallo stesso le caratteristiche riferite dai partecipanti sono state la percezione di una luce brillante, l’incontro con persone che erano morte e di figure mistiche, le esperienze al di fuori del proprio corpo e i sentimenti positivi. Sono state riportate anche caratteristiche specifiche, come particolari sensazioni di un corpo leggero o pesante, di comunicare in modo non convenzionale con le entità incontrate e di ricevere messaggi come “il tuo tempo non è arrivato“. I partecipanti, inoltre, hanno riferito di aver sperimentato alcuni forti sentimenti e percezioni che li hanno resi sicuri che la loro esperienza era reale, non solo un sogno o un’allucinazione (Bianco et al., 2017).

Aspetti medici

In ambito medico, spesso caratterizzato da un certo scetticismo di fronte a questo tipo di esperienze, è stato ipotizzato che i vissuti di pre-morte fossero il risultato di un’ischemia o ipossia cerebrale (assenza/riduzione dei livelli di ossigeno nel cervello) precedente alla morte, che possono determinare forti allucinazioni. Tuttavia, le esperienze di pre-morte possono verificarsi in soggetti sani, anche in assenza di ischemia o ipossia cerebrale. Inoltre, le allucinazioni su base ischemica in genere appaiono ai pazienti come spaventose e possono essere causa di agitazione; al contrario, le esperienze di pre-morte sono spesso caratterizzate da sentimenti di calma, pace e serenità. Inoltre, è stato ipotizzato che l’ipercapnia cerebrale (aumento dei livelli di anidride carbonica nel cervello) possa indurre allucinazioni durante le esperienze di pre-morte, tuttavia diversi studi hanno rilevato che i livelli di anidride carbonica sono normali o inferiori alla norma durante tali esperienze (Greyson, 2013b).

Altri autori hanno suggerito che tali vissuti possano essere il risultato di esperienze oniriche (legate ai sogni) tipiche della fase REM del sonno. Tuttavia uno studio ha indicato che possono verificarsi anche in fasi in cui il sonno REM è inibito, come l’anestesia generale (Greyson et al., 2009).

Altri studi hanno considerato le esperienze pre-morte come il risultato di allucinazioni prodotte dai farmaci somministrati, o dai disturbi metabolici o dai malfunzionamenti del cervello di un’individuo sul punto di morte. Tuttavia, molte di queste esperienze sono raccontate da individui che non hanno riportato malfunzionamenti metabolici o organici. Anzi pare che la somministrazione di farmaci, durante e post-mortem, riduca i ricordi relativi alle esperienze di pre-morte. Questo suggerisce che il delirio indotto dai farmaci o dal metabolismo può inibire il verificarsi delle esperienze di pre-morte o il loro richiamo (Greyson et al., 2009).

Altri studi hanno associato le esperienze di pre-morte all’effetto di alcuni neurotrasmettitori, quali endorfine o altri oppioidi endogeni, tuttavia tali indagini non sono state confermati dai dati empirici (Kelly et al, 2006). Un recente studio ha rilevato un’associazione tra DMT (N,N-dimetiltriptamina, un agonista serotoninergico endogeno, con effetti psichedelici) ed esperienze pre-morte, suggerendo un possibile ruolo di tale sostanza nell’indurre questo tipo di vissuti (Timmermann et al., 2018). Questo studio suggerisce il meccanismo psicofarmacologico che giustifica questo tipo di esperienze, tuttavia non risponde alla domanda sul perché tali esperienze siano simili in persone con età, sesso, cultura differenti. Gli stessi autori hanno affermato che sono necessari ulteriori studi per chiarire meglio il legame tra la sostanza e l’esperienza.

Altri studi hanno associato le esperienze di pre-morte ai fenomeni associati alle convulsioni del lobo temporale. Tali fenomeni includono il percepire frammenti di musica, scene isolate e ripetitive che sembrano familiari, sentire voci, provare paura o altre emozioni negative, vedere immagini bizzarre. etc. Tuttavia, questi fenomeni sono riportati molto raramente da chi ha vissuto esperienze di pre-morte. Questo suggerisce che tali meccanismi neurologici, per i quali le prove empiriche sono ridotte o assenti, possono rappresentare i percorsi cerebrali attraverso i quali le esperienze di pre-morte sono espresse o interpretate, ma non implicano necessariamente meccanismi di causa-effetto (Kelly et al, 2006).

Conclusioni

La letteratura scientifica in merito alle esperienze pre-morte è davvero ampia ed è davvero difficile riportarla in questa sede. Tuttavia, questa breve rassegna mi ha permesso di fornire una breve descrizione degli aspetti caratteristici e comuni di questo tipo di vissuti.

Dall’analisi della letteratura emergono due orientamenti di ricerca. Il primo mostra una tendenza organicista ad appiattire le esperienze pre-morte sul piano psicofisiologico. Lo scopo di queste ricerche è dimostrare che le stesse siano prodotto di un cervello morente e risultato di deliri e allucinazioni. Al contrario, il secondo orientamento di ricerca appare spinto da una tendenza spiritualista, il cui scopo è quello di dissociare tali esperienze dal funzionamento psicofisiologico, pur cercando di comprenderne il funzionamento.

Anche in questo caso il problema finisce per essere relativo al rapporto tra mente/anima e corpo. Ma rimanda anche alla questione insita nella domanda: “esiste ancora qualcosa che le scienze biologiche e mediche non siano in grado di spiegare?“. Ed è proprio necessario dimostrare che la vita dopo la morte sia un miraggio, effetto di un’allucinazione di un cervello morente? In che modo una scoperta di questo tipo dovrebbe migliorare il vissuto di ognuno di noi? Per chi è vicino alla morte non è forse meglio credere che possa esserci un nuovo inizio, su un nuovo piano dell’esistenza?

Penso che queste siano tutte domande lecite e, per quanto riguarda il mio punto di vista, penso che sia importante studiare i meccanismi psicofisiologici alla base delle esperienze pre-morte, ma è altrettanto fondamentale affrontare la questione con una certa umiltà: si può ammettere che non possediamo, e forse non possiederemo mai, né gli strumenti né le categorie per dimostrare con certezza cosa possa esserci dopo la fine della vita di ciascuno di noi E tra il sapere con certezza che ci aspetti il nulla cosmico e la possibilità che possa esserci qualcosa di migliore, propendere per la seconda penso possa trasmettere pace e tranquillità alla maggior parte di noi. Quindi, concludo dicendo:

“Meglio vivere nel dubbio che dopo la morte possa esserci qualcuno o qualcosa,

piuttosto che nella certezza che ad aspettarci ci sia il niente.”

Riferimenti

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Zingrone, N. L. & Alvarado, C. S. (2009). Pleasurable Western adult near-death experiences: features, circumstances, and incidence. In: Holden, J. M., Greyson, B., James, D., editors. The Handbook of Near-Death Experiences: Thirty Years of Investigation. Praeger, Santa Barbara, CA;

Le traiettorie di malattia nel costruttivismo

Il rapporto mente-corpo è uno degli ambiti particolarmente graditi dagli psicologi, oggetto di discussione di filosofi e pensatori di ogni genere da secoli e secoli.

Nella mia tesi di laurea magistrale ho svolto una ricerca qualitativa in cui, tra le altre cose, ho indagato il modo in cui i pazienti affetti da ulcere agli arti inferiori, una malattia cronica, interpretano e vivono la propria esperienza di malattia.

La prospettiva teorica che ho adottato è quella della teoria dei costrutti personali di Kelly (1955), noto in psicologia anche come costruttivismo. Tale teoria mira a ricostruire i processi e i significati che le persone utilizzano per interpretare la propria esperienza.

Per definire le traiettorie ho fatto riferimento anche ai percorsi di dipendenza di Chiari et al. (1994) e alle griglie di consapevolezza corporea di Ginzburg et al. (2011) per integrare gli aspetti relativi alla distribuzione delle dipendenze e alla consapevolezza del proprio corpo.

Nel mio lavoro, sulla base dell’analisi delle interviste con 20 pazienti affetti da ulcere agli arti inferiori, ho definito quattro traiettorie di malattia:

  • Aggressività
  • Costrizione
  • Minaccia
  • Colpa

Tali traiettorie non vanno intese come delle categorie immutabili, ma rappresentano piuttosto delle tendenze, delle strade che le persone seguono nell’attribuire significato alla propria malattia. Tuttavia, durante il viaggio nessuno impedisce loro di deviare verso sentieri e percorsi alternativi. Infatti, il costruttivismo non è una teoria determinista o che tende a definire le persone in base a categorie. Secondo Kelly, ogni essere umano può essere considerato una forma in continuo movimento (usato come metafora di “cambiamento“) ed è proprio l’arrestarsi di tale movimento che determina l’insorgere della sofferenza psicologica.

L’individuazione di tali traiettorie ha comportato una certa quota di riduzione e semplificazione dei dati desunti dalle interviste, ma ha consentito di analizzare quattro diverse modalità che le persone, affette da patologie croniche, possono utilizzare per attribuire significato alla propria esperienza e alla propria malattia. Non esistono traiettorie né giuste né sbagliate, nonché positive o negative. Ognuna di esse ha un ruolo nel mantenere in piedi il sistema di costrutti che ogni persona adotta per dare senso alla propria vita e la propria identità.

Aggressività

Questa traiettoria raggruppa quei pazienti che sperimentano prevalentemente la transizione di aggressività per interpretare la propria esperienza di malattia. Si tratta di persone che mostrano un adattamento positivo alla malattia e l’hanno interpretata come un’occasione per ripensare a sé stessi e alle proprie abitudini. Per queste persone la malattia ha rappresentato una sfida da affrontare direttamente piuttosto che una tragedia insuperabile.

«Mi ritengo estremamente fortunato e anche nel tipo di recupero che era impensabile (…) dopo la prima fase di sbandamento iniziale e legittima credo, no? Dove, insomma … mi rendevo conto che non sarebbe più stato come prima. Col recuperò che ho fatto, mi ritengo fortunato perché gran parte delle cose che desidero fare … ovviamente non sotto la prestanza fisica … ma sotto la normalità della vita, insomma, riesco a farle. E di questo sono estremamente felice (…) so di avere dei limiti e devo stare attento a non superarli perché altrimenti la pago … con gli interessi, assolutamente (…) una volta capiti i limiti … ecco, insomma, ci convivo … serenamente, estremamente serenamente.»

(Filippo, 52 anni)


Questo modo di intendere l’aggressività richiama il termine latino aggredi che significa “tendere verso qualcosa o qualcuno”. Kelly ha definito tale transizione “l’esplorazione attiva del campo percettivo” ossia la tendenza ad agire e a fare piuttosto che stare fermi ad aspettare. Si tratta, quindi, di persone che non si arrendono di fronte alle difficoltà e che cercano di superarle.

Queste persone, inoltre, sono in grado di far affidamento in maniera bilanciata sia su sé stessi che sugli altri per affrontare la malattia. Sono capaci di cavarsela da soli, ma nel momento delle difficoltà riescono a chiedere aiuto agli altri senza difficoltà.

Sono consapevoli del loro corpo, della malattia e dei sintomi, tuttavia sono in grado di spostare l’attenzione dagli stessi. La malattia è presente nella loro vita, è riconosciuta, tuttavia ha un ruolo marginale nella costruzione della propria identità.

Costrizione

Questa traiettoria comprende quei pazienti che sperimentano prevalentemente il processo di costrizione nell’attribuire significato alla propria patologia. Kelly definisce tale processo come “il restringimento del campo percettivo al fine di ridurre l’incompatibilità degli eventi“. Si tratta, quindi, di persone che tendono a minimizzare e a negare l’impatto che la malattia ha avuto nelle loro vite. Sono soliti presentarsi come individui sani, autonomi e indipendenti; la malattia è appena accennata nei loro racconti e non pare avere un ruolo fondamentale nelle loro vite. Negano gli effetti della stessa sul corpo, poiché ammettere di essere malati vorrebbe dire ammettere di essere vulnerabili e, quindi, dover dipendere dagli altri.

«(ride) Quando mi escono le ulcere devo andarmi a curare … può essere ogni due anni … può essere ogni due … sì, non è che sono sempre continuamente … ogni tanto guarisco e poi, dopo, tornano fuori e così via. Non è che per 30 anni sono sempre “rota” (ride) (…) ultimamente forse sarà anche dovuto per la mia età … dolce età … è un po’ troppo tempo che è aperta perché … è quasi due anni»

(Benedetta, 85 anni)


Queste persone tendono a contare prevalentemente su sé stesse e ad essere indipendenti nell’affrontare la malattia. In certi casi il dover far affidamento sugli altri può essere fonte di sofferenza per gli stessi.

Mostrano scarsi livelli di consapevolezza corporea, a volte tendono anche a trascurare la propria salute, uniti a scarsi livelli di attenzione rivolti alla propria malattia e ai sintomi che essa determina.

Minaccia

La presente traiettoria raggruppa i pazienti che durante il loro percorso evolutivo hanno adottato prevalentemente la transizione di minaccia per interpretare le relazioni significative con i propri genitori e caregivers. In genere si tratta di persone che, nel corso la loro infanzia, hanno vissuto una relazione problematica caratterizzata da continui ritiri e separazioni da parte del caregiver. Ciò può aver portato il bambino ad associare ad ogni relazione la paura della separazione e, per questo motivo, crescendo tenderà ad interpretare ogni relazione come una possibile minaccia.

Per ovviare alla paura della perdita, questi pazienti tendono a costruire la propria identità appiattendola sul ruolo del malato al fine di tenere stretti gli altri. E’ come dire: “finché sarò malato sono sicuro che avrò attorno qualcuno che si prenderà cura di me“. Tale strategia consente a questi pazienti di tenere gli altri legati a sé e di allontanare la paura della perdita. Tale meccanismo, consapevole o inconsapevole, li porta a concentrare la loro attenzione sulle diverse malattie di cui soffrono. Alla richiesta di raccontare qualcosa di sé, questi pazienti spesso iniziano a narrare le diverse patologie da cui sono affetti e le differenti strutture sanitarie e specialisti a cui si sono rivolti durante la loro vita.

«(Alla richiesta di presentarsi) Senta, io ho 77 anni. Purtroppo io ho avuto … nel 2005 no? Questa … trombosi alla gamba sinistra poi … sono andato avanti due / tre mesi che prendevo il Coumadin … poi ho smesso di prendere il Coumadin perché (…) il dottore che c’era prima … insieme (all’infermiera) … che c’era il dottor … adesso è andato in pensione no? Niente, mi ha sospeso il Coumadin … dopo nove mesi mi è successo un’altra trombosi dal ginocchio all’inguine (continua a parlare di aspetti legati alle malattie…).»

(Alfredo, 77 anni)


Questi pazienti mostrano una scarsa consapevolezza rispetto al proprio corpo, non è importante infatti se il dolore sia intenso o se crei disagi significativi nella propria vita, ciò che appare importante è poter raccontare agli altri di essere “malato” al fine di ricevere cure e attenzioni. Dunque, tendono a fare affidamento prevalentemente su pochi significativi, quali familiari e caregivers, e a contare poco su sé stessi.

Colpa

Questa traiettoria raggruppa quei pazienti che tendono ad adottare prevalentemente la transizione di colpa nell’interpretare la propria malattia. Tale transizione è definita da Kelly come “la rimozione del sé dalle strutture nucleari di ruolo” ed indica la destabilizzante esperienza di non essere più in grado di riconoscere sé stessi e di interpretare il mondo secondo i propri assi di riferimento. Questi pazienti hanno interpretato la propria malattia come una tragedia, come un dramma che ha avuto un impatto estremamente negativo nella propria vita, poiché ha impedito loro di raggiungere i propri obiettivi. Tendono ad accettare passivamente la malattia o sono rassegnati alla stessa, nonché all’impossibilità di guarire. La malattia ha portato questi pazienti a non riconoscere più sé stessi e il proprio corpo, spesso vissuto come fuori dal proprio controllo.

«L’unica cosa che mi fa sopravvivere quando ho tanto male, prendo 10-20-30-40 gocce di Contramal per sopravvivere (…) Ma non c’è nessun atteggiamento che uno può prendere … o li accetta o muore … che atteggiamento deve avere? Di fatto, quando vado a fare la settimana… tutti i mesi faccio una settimana in ospedale a Padova che faccio queste infusioni, ho detto a tutti: “vado a farmi una settimana ai Caraibi”. Perché o uno la prende in un modo un po’ così, sopra le righe, perché altrimenti si ammazza, si butta giù dal terrazzo e muore. Tanto vale morire subito. (…)»

(Cecilia, 69 anni)


Tendono a far affidamento prevalentemente su sé stessi, poiché nel loro percorso evolutivo probabilmente hanno vissuto relazioni significative caratterizzate da ipercriticismo e ostilità, portandoli a considerare gli altri come inaffidabili ed autoritari e a descrivere sé stessi come sbagliati e inadeguati. La malattia, per gli stessi, può incrementare tale interpretazione di sé.

Mostrano elevati livelli di consapevolezza del proprio corpo e la loro attenzione è concentrata sulla malattia di cui soffrono e sui relativi disagi.

E’ possibile consultare la mia tesi completa in questa pagina.

Riferimenti

Amato, G. (2021) La cura e l’esperienza del paziente con ulcere agli arti inferiori durante l’emergenza sanitaria legata al COVID-19, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova.

Chiari, G., Nuzzo, L. M., Alfano, V., Brogna, P., D’Andrea, T., Di Battista, G., . . . Stiffan, E. (1994). Personal paths of dependency. Journal of Constructivist Psychology, 7(1), 17-34.

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Kelly, G. A. (1955). The psychology of personal constructs. New York: NY: Norton.

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